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La vita

Lorenzo Milani nasce il 27 maggio 1923 a Firenze, secondo di tre figli. La famiglia ha notevoli radici dal punto di vista culturale: la sua casa è una vera fucina di cultura. Sono di origine ebraica. I genitori, trasferiti a Milano nel ’33, decidono, considerati gli eventi europei che vedono l’ascesa al potere di Hitler, di sposarsi in chiesa e di battezzare i tre figli. A Milano Lorenzo frequenterà senza molto successo il liceo Berchet.Conseguito il diploma decide di dedicarsi alla pittura: per un anno lavorerà presso lo studio di un pittore amico di famiglia, Hans Johachim Staude. Poi frequenterà l’Accademia Brera. Nel ’43 si converte: chiede la Cresima ed entra in Seminario.Viene ordinato prete il 13 luglio 1947 e l’ottobre successivo comincia la sua prima esperienza pastorale a San Donato di Calenzano come coadiutore. Dal 6 dicembre 1954 viene confinato a Barbiana del Mugello, parrocchia di poche decine di anime: un vero esilio destinato però a diventare un’occasione straordinaria. Barbiana da posto sperduto e dimenticato diverrà una delle capitali simboliche della cultura e della contestazione religiosa e civile a livello nazionale e internazionale. Nel ’58 esce il libro “Esperienze Pastorali”, saggio sociologico di critica dell’istituzione religiosa, destinato a sollevare polemiche: dopo otto mesi dalla pubblicazione il Santo Uffizio ordinerà che il testo venga ritirato dal commercio.Aveva già affrontato la tubercolosi, ma dal 1960 comincia ad avere i sintomi della grave malattia che lo porterà alla morte:morirà il 26 giugno 1967 per tumore ai polmoni, subito dopo la pubblicazione di 2Lettera ad una professoressa" ( maggio ‘67).

Uno degli episodi che ha segnato gli ultimi anni della sua vita è stata la lettera ai cappellani militari del 1965, in cui il priore, difendendo la scelta degli obiettori di coscienza, si espose ad una denuncia, da cui si difese attraverso una lettera ai giudici: da queste riflessioni è scaturito il testo “L’obbedienza non è più una virtù”, grande testimonianza di consapevolezza critica circa la responsabilità civile e il valore della nonviolenza. L’esperienza pastorale: alla base di ogni esperienza e pensiero di Don Milani vi è la sua scelta di fede, scelta di Dio e di conseguenza scelta dei poveri, che per la propria matrice religiosa era ben lontana dalla dall’impostazione marxista, anche se egli arriva a dichiarare che amava i poveri più del Papa, della Chiesa e perfino di Dio, che secondo lui non sta attento a certe sottigliezze. No al marxismo, no alla mentalità borghese: perché il religioso, il prete testimoniano una liberazione altra, che va oltre i bisogni di sicurezza, di sopravvivenza, di autorealizzazione, e che è attuata secondo i valori del Regno di Dio. La fede è un modo di essere, non è qualcosa di aggiuntivo rispetto alla vita e nel fare scuola tradurrà questa impostazione: la sua scuola sarà laica per i contenuti e l’approccio, ma profondamente evangelica per l’intenzionalità. Egli quindi pensa che la scuola sia un grande servizio all’uomo e che la dottrina sia qualcosa che può essere insegnato solo a posteriori.

I suoi principi educativi

Le due scuole in cui Lorenzo Milani si è prodotto come maestro (S.Donato di Calenzano e Barbiana) si innestano in due humus culturali diversi: San Donato è il luogo del pluralismo, delle conflittualità sociali, un centro di confronto attivo, Barbiana invece presenta un’omogeneità sociale e culturale, ma emarginazione. Ma per entrambe le esperienze la sua tensione è la stessa. La centralità della sua didattica è costituita dall’insegnamento della lingua: una sua preoccupazione costante si esprimeva nello sforzo di “ridare la parola ai poveri”, potremmo dire. Dare la parola ai poveri perché venga spezzato il circolo vizioso secondo il quale le classi superiori condizionano la lingua e questa approfondisce il divario tra le classi sociali.
 Compito della scuola non deve essere quello di sfornare laureati, ma di far diventare cittadini sovrani!! E per questo, l’impresa assorbe tutto il senso di un’esistenza, per cui, come dice Don Milani, “l’educatore, il maestro, il sacerdote, l’artista, l’amante, l’amato sono la stessa cosa”. La scuola è strumento privilegiato di elaborazione della coscienza personale e sociale: rifiutare questa prospettiva o non potervi accedere produce passività e conformismo. Andare in fondo alle cose, ragionare con la propria testa, porre domande è l’humus culturale in cui non può annidarsi l’ingiustizia. Fare scuola significa svolgere un compito civile di altissimo valore: insegnare a non obbedire acriticamente, in quanto l’obbedienza non è più una virtù ma, a livello sociale, la più devastante delle tentazioni e a livello individuale la più subdola.